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  • Quando l'"onore" uccide

    La parola “onore” è entrata nel vocabolario mafioso con una violenta distorsione del suo significato, forzata a giustificare crimini dettati da una logica di puro interesse delle cosche. Per la ‘ndrangheta, infatti, sono le figlie, le madri, le mogli, e i loro comportamenti, a garantire l’“onore” dell’intero clan, legittimando o, al contrario, indebolendo potere e posizioni negli equilibri criminali. E’ soprattutto per questo che sull’altare posticcio dell’“onore” mafioso, gli uomini delle cosche calabresi sono stati pronti a sacrificare il proprio stesso sangue. Quasi sempre sangue di donna. Ed è sempre per questo che, considerate patrimonio della famiglia-cosca e non autonome portatrici di desideri ed aspirazioni, le donne colpevoli di “libertà” e “leggerezza” sono state da sempre punite in maniera “esemplare”: per lanciare un messaggio di forza all’esterno e per soffocare il rischio di ulteriori ribellioni all’interno.

    Nel 1977 a Rosarno, i familiari non hanno esitato a massacrare a colpi di pistola e coltello Maria Rosa Bellocco, il marito e il figlio di 8 anni. Maria Rosa era sospettata di una relazione extraconiugale e gli uomini della cosca Bellocco, di fronte al rifiuto del marito di “risolvere” la questione, sono passati alle vie di fatto, sterminando l’intera famiglia per eliminare l’elemento di debolezza e vergogna dell’organizzazione. Quattro anni dopo, sempre a Rosarno, sparirà una ragazza appartenente all’altra cosca del paese, i Pesce. La giovane Annunziata era sposata, madre e colpevole di essersi innamorata di un carabiniere. I collaboratori di giustizia concordano: “L’hanno sequestrata e uccisa fratelli e cugini”.

    A Reggio Calabria saranno sempre gli uomini della “famiglia” a risolvere il problema rappresentato da Angela Costantino, moglie venticinquenne del boss Pietro Lo Giudice, della cosca omonima. Madre di quattro figli piccoli e rimasta sola dopo l’arresto del marito, la donna era la spina nel fianco del clan. “Leggera”, “sdisonorata”, forse addirittura incinta di un altro uomo. La mattina del 16 marzo 1994 nella sua casa restano la pentola col sugo che sfrigola e i figli che piangono: di Angela nessuna traccia. Nel 2012 la Procura di Reggio Calabria scrive nero su bianco quanto erano in tanti a considerare certo: Angela era stata ammazzata. A risolvere il "problema" era stato il nipote della donna, Fortunato Pennestrì, su mandato del cognato Bruno Stilo, entrambi condannati a trent’anni.

    Il rispetto delle regole non prevede eccezioni.  Non è stata perdonata per la sua ingenuità e noncuranza delle leggi mafiose la studentessa universitaria di Firenze, Rossella Casini. Fidanzata con Francesco Frisina, coinvolto nella sanguinosa faida di Palmi tra i Gallico e i Condello, la ragazza è sparita nel febbraio del 1981 proprio dalla cittadina calabrese. L’aver rilasciato dichiarazioni ai magistrati e aver convinto il fidanzato a fare altrettanto, questa la colpa che la “famiglia” acquisita (il fronte Gallico – Frisina) avrebbe fatto pagare alla “forestiera”, condannandola a morte e ad un oblio di oltre 30 anni.

    Sapeva bene ciò che faceva e cosa rischiava, invece, Lea Garofalo, nata e cresciuta respirando ‘ndrangheta nella sua Petilia Policastro, in provincia di Crotone. Lea strappa il copione già scritto dalla sua appartenenza ad un ambiente mafioso e, dopo l’arresto per droga del compagno Carlo Cosco, cerca una nuova vita con la figlia Denise. Tra mille difficoltà e minacce della “famiglia”, la donna diventa testimone di giustizia ma, in preda a delusioni e ripensamenti, rinuncia al programma di protezione. Il 24 novembre 2009 sparisce per le strade di Milano dove aveva accompagnato la figlia ad incontrare il padre. Denise capisce subito: la madre è stata ammazzata. La conferma arriva tre anni dopo, quando in un campo della Brianza vengono scoperto i pochi resti della donna, bruciata e sepolta. Nel frattempo i giudici avevano già stretto le manette ai polsi del marito e dei cognati, oggi dietro le sbarre con una condanna definitiva.

    Nel maggio del 2011, entrando nella caserma dei carabinieri di Rosarno, anche Maria Concetta Cacciola sogna una nuova vita. La sua si è fatta da tempo irrespirabile. Figlia e moglie di esponenti della ‘ndrangheta collegati al clan Bellocco, madre giovanissima di tre figli, dopo l’arresto del marito “Cetta” subisce la soffocante “custodia” della famiglia. Uno scenario oppressivo aggravato dalle voci di una sua relazione extraconiugale. La ragazza conosce il prezzo stabilito dalle cosche per certi “errori” e teme per la sua vita. “Mio fratello un giorno verrà a prendermi, mi porterà in campagna e mi ucciderà”. Diventata testimone di giustizia, in seguito alle pressioni dei familiari nell’agosto del 2011 decide di rientrare a Rosarno. Morirà qualche giorno dopo, per aver ingerito acido muriatico. Suicidio, dirà il medico legale. Madre, padre e fratello saranno arrestati per maltrattamenti in famiglia. Ma le indagini continuano.

    Le donne vittime dell’ “onore” mafioso sono compagne di destino degli uomini uccisi, in Calabria, per un amore “sbagliato”.  Giudicati e condannati per avere alzato gli occhi su donne di “proprietà” altrui. Giuseppe Russo, per esempio, aveva “osato” fidanzarsi senza chiedere il permesso al cognato della ragazza, uno ‘ndranghetista del Vibonese. Un affronto che nel 1994 il ragazzo, appena ventiduenne, paga con una morte atroce: lo troveranno sepolto in una buca in campagna. La collaborazione degli esecutori materiali del delitto ha permesso di dargli giustizia. Quella che invece ancora aspettano, insieme con il corpo dei loro cari, le famiglie di Santo Panzarella e Valentino Galati, inghiottiti dalla lupara bianca nella zona di Filadelfia, sempre nel Vibonese. Spariti rispettivamente nel 2002 e nel 2006,  i due ragazzi frequentavano gli stessi pericolosi ambienti e, soprattutto, avrebbero avuto una relazione con la stessa donna: Angela Bartucca, la moglie del boss di Filadelfia, Rocco Anello. L’accusa delle madri e i sospetti degli inquirenti non sono ancora bastati a chiudere il cerchio.  

    Aspetta ancora giustizia anche Liliana Carbone, madre del trentenne Massimiliano Carbone, ferito a morte a Locri la sera del 17 settembre 2004. Ad armare la mano di chi gli ha sparato alla schiena, mentre rientrava con il fratello da una partita di calcetto, sarebbe stato l’”onore” violato dalla relazione tra il ragazzo e una donna sposata e, soprattutto, la presenza di un figlio che Massimiliano aveva intenzione di riconoscere. Sospetti, indagini, informative degli investigatori ma ancora nessuna verità giudiziaria.

    Hanno un nome, un volto e una dura condanna da scontare, invece, gli assassini di Fabrizio Pioli, giovane elettrauto di Gioia Tauro ammazzato nel 2012 a Melicucco da una spedizione punitiva di “famiglia”. Uscito dalla casa di Simona Napoli, giovane donna sposata e madre di un bambino con cui aveva stretto una relazione, Fabrizio è stato intercettato e fatto sparire nel nulla. Grazie all’immediata collaborazione della ragazza, padre, fratello e cugino di Simona stanno scontando oggi la loro condanna dietro le sbarre.
     
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